Il titolo si riferisce alla realtà del mondo segugistico di quarant’anni or sono e mira , attraverso le parole e i ricordi di quanti possono orgogliosamente dire:”io c’ero”, a far emergere un quadro il più preciso possibile di quegli anni in cui la filosofia della cinofilia segugistica era agli inizi
Quarant’anni fa
Ma allora l’uomo viveva ancora in simbiosi con la natura alimentandosi dei frutti che questa gli metteva a disposizione e avendone cura, tenendo puliti i boschi e i prati necessari per il foraggiamento degli animali domestici. Gli inverni erano freddi e nevosi, il che garantiva il verde intenso della primavera e significava abbondanza d’acqua per tutta la successiva estate. Di tutto ciò ne trae-vano beneficio tutti i selvatici della montagna, ma soprattutto le lepri e, di conseguenza, anche noi amanti dei segugi che potevamo contare sulla sicura riuscita del loro addestramento.
Personalmente sono cresciuto con questi valori ed è per questo che, logicamente, ho cercato di trasmetterli anche a mio figlio Gianluca che, fin da piccolissimo, mi seguiva nelle mie avventure di caccia e non, ma sempre in compagnia dei miei amati segugi. E, attualmente, sto cercando di fare lo stesso anche con mio nipote, suo figlio Alex, anche se però, purtroppo, nel suo caso l’esempio di una natura incontaminata sono oramai più solamente nei miei racconti che non nella possibilità di fargliela toccare e vedere.

I segugi di ieri e quelli di oggi
per il trascorrere del tempo che scandisce l’evoluzione della nostra vita (come ho già detto inizialmente), purtroppo è il fascino di certi grandi cacciatori anziani che con il loro bagaglio di esperienze, conoscenze e tradizioni rappresentavano un insostituibile esempio per le nuove leve. E questo anche se i loro insegnamenti vivono tuttora dentro di melo, che da sempre ero rimasto affascinato dai Vandeani, a quel tempi importavo e addestravo i miei primi Ariégeois, unitamente a qualche Porcelaine e a qualche Fulvo di Bretagna (razze, queste ultime due, che poi sostituii con gli Anglo-Francais de petit venerie), e per questo, nell’ambiente segugistìco di allora ero visto un po’ come una meteora nello spazio. Poiché, all’epoca, il segugista viveva la caccia molto più con la mentalità del carniere a discapito del godimento dato dall’osservare il lavoro dei segugi. E in fondo, a ben pensarci, ancora oggigiorno vi è più di qualcuno che continua ad avere un simile atteggiamento anche se, indubbiamente quanto fortunatamente, una tale situazione è andata cambiando in meglio. Così come la figura del cacciatore segugista è sicuramente migliorata grazie, anche, all’aumentato benessere sociale che ha ingenerato una mentalità nuova e un diverso approccio all’attività venatoria.
Fondamentale in questo senso è stata poi l’attività di propaganda del cane segugio svolta dalla società specializzata, la Sìps, dall’Enci e, soprattutto, dagli esperti giudici che in esposizione e nelle prove dì lavoro hanno promosso una migliore conoscenza dei cani da seguita tra gli appassionati e gli stessi allevatori. Con il risultato che al giorno d’oggi (che alla lepre e al cinghiale si va a caccia organizzati in squadre composte da un minimo di tre o quattro ad oltre trenta persone, a seconda dell’animale perseguito), in genere si presta molta attenzione al lavoro svolto dai segugi dando, giustamente, un’importanza più relativa alla cattura del selvatico. Anche se poi, in definitiva quest’ultima rimane pur sempre lo scopo ultimo della caccia.
I rapporti tra Nord e Sud
Da ultimo, pertanto, dirò che voglio sperare che anche questo nostro atteggiamento abbia, sia pure in minima parte, contribuito a rafforzare i legami tra i segugisti del Nord e quelli del Sud, in un rapporto di fiducia reciproca che faccia crescere sempre più la voglia di migliorarsi, tutti insieme, per cercare di raggiungere dei risultati sempre più grandi nell’ottenere dei segugi tanto belli quanto bravi ed uniti nel divertimento e nella passione che solo la caccia con i nostri cani ci sa regalare.

